L’isola che non c’è

L’isola che non c’è…..

Sembra di parlare del celebre film animato, Peter Pan, di Walt Disney

ma questa volta stiamo parlando di qualcosa veramente esistito e che

esiste ancora anche se sotto qualche metro d’acqua nel mezzo

del Canale di Sicilia.

 

Cenni storici.

Nel lontano 1831, verso la fine di giugno, al largo

delle coste siciliane di fronte Sciacca si avvertirono alcune scosse

telluriche che produssero gravi danni alla costa sudoccidentale

della Sicilia. All’orizzonte c’era chi affermò di aver visto

grandi colonne di fumo sollevarsi e gli equipaggi dell’epoca,

che attraversarono quel tratto di mare, riportarono di aver visto

l’acqua ribollire e grandi morie di pesci. Qualche settimana

più tardi il capitano F. Trafiletti al comando della nave “Gustavo”

riportò di aver incontrato lungo la sua rotta, un isolotto

alto otto metri sull’acqua che eruttava cenere e lapilli.

Passarono altre due settimane e, dopo un’ennesima scossa tellurica,

il vulcano sottomarino eruttò detriti e lava, formando una piccola isola

di circa quattro chilometri per un’altezza di circa 60 metri.

La notizia di una nuova terra sorta dal mare si propagò e generò

delle dispute territoriali. Nonostante l’isolotto sorgesse nelle acque del

Regno delle Due Sicilie, il capitano inglese Jenhouse v’issò la bandiera

britannica chiamandola Isola di Graham, nome dell’omonimo banco

sommerso. Il re Ferdinando II di Borbone, quale legittimo proprietario

dell’isola, mandò il comandante Corrao a bordo della corvetta bombardiera “Etna”

a prenderne possesso e così avvenne. Durante le diatribe per il possesso di questo

fazzoletto di terra alcuni studiosi francesi costatarono che la natura dell’isola

era molto instabile e che nel giro di poco tempo l’erosione del mare avrebbe demolito

il corpo del vulcano emerso facendo inabissare l’isolotto.

Non passò molto tempo che, alla fine dello stesso anno, dell’isola non restò quasi

nulla se non degli scogli lavici a pelo d’acqua. L’isolotto fece la sua ricomparsa

diversi anni dopo in alcune occasioni ma inesorabilmente scomparve nuovamente.

Oggi.

Quello che era il cratere del vulcano è divenuta una pianura colma

di sabbia vulcanica a circa 25 metri di profondità e le pareti del cono

sono divenute ricchissime di vita. Una di queste pareti si erge fino a

raggiungere la quota di otto metri sotto il pelo dell’acqua.

Questo punto, dalla superficie di circa trenta mq, è il luogo

 dove si svolgono delle meravigliose immersioni dove sembra che il tempo

si sia fermato e dove si può vivere il Mediterraneo nella sua massima espressione.

 

L’immersione sul banco Terribile.

Tutto ebbe inizio due anni fa quando conobbi due bravissimi subacquei e

istruttori che accompagnai in una splendida immersione lungo la costa catanese.

I due subacquei rispondono al nome di Santo Tirnetta e Anna Macaluso e

gestiscono un’associazione sportiva chiamata A.S.D. Sciacca Full Immersion.

Quest’amicizia portò a un invito a visitare il sito d’immersione più bello

delle loro zone: il banco Graham.

L’organizzazione è abbastanza prevedibile ma le condizioni meteo-marine

del sito d’immersione non lo sono altrettanto. L’immersione si svolge a circa trenta miglia

dalla costa in acque internazionali, sulla rotta delle petroliere e dei mercantili.

La situazione metereologica promette bene per un lungo periodo per cui non si deve

perdere tempo e la mattina di domenica 21 agosto siamo davanti alla banchina del porto

di Sciacca.

Sono scaricate sul molo decine di attrezzature ordinatamente

allineate e pronte per essere caricate sull’imbarcazione che ci accompagnerà sul sito d’immersione.

Tutto di questa giornata è particolare anche la stessa imbarcazione il “Piga” ha una storia da raccontare.

Si trattadi un’imbarcazione di 13 metri, interamente in legno, con oltre cinquanta anni d’età.

Le cure maniacali dell’armatore, Vincenzo, permettono di mantenere l’imbarcazione giovane

come se fosse appena uscita dal cantiere. L’atmosfera che aleggia è elettrizzante e la

consapevolezza di andare in un posto remoto e poco esplorato ci inebria.

I saluti con il comandante sono solo formalità perché è come se ci si conoscesse

da anni e lo stesso è con tutti gli altri partecipanti all’immersione. Le attrezzature

sono riposte all’estrema poppa,

permettendo di fruire di tutta l’imbarcazione

che ha una zona all’ombra a poppa e una superficie molto grande dotata di morbidi

cuscini sulla tuga per chi vuole prendere il sole.

Riempiti i serbatoi, viene messo in moto il motore diesel entrobordo da 170 HP che ci spingerà

alla velocità di circa 8/9 KN verso la meta. Ci attendono tre ore di navigazione ma non

ci preoccupiamo.

Il mare è liscio come l’olio e il “Piga” scivola senza fatica nonostante il pesante fardello di uomini e attrezzature.

Dopo aver percorso circa nove miglia davanti a noi a sinistra, si presenta un folto branco

di Stenelle striate (Stenella coeruleoalba, Meyen 1833). Alcuni delfini cominciano

ad avvicinarsi e passano a più riprese sotto la chiglia dell’imbarcazione.

Un esemplare resta diverso tempo sotto il pelo dell’acqua esattamente sotto la delfiniera

del “Piga” e la trasparenza dell’acqua ci permette di coglierne tutti i particolari.

 L’eccitazione per questo incontro ci carica di adrenalina e l’entusiasmo sale alle stelle.

Dopo altre dieci miglia vediamo un altro gruppo di delfini ma stavolta di altra specie,

probabilmente tursiopi (Tursiops truncatus, Montagu 1821).  Anche questi si avvicinano e

compiono dei salti che hanno dell’incredibile. La costa comincia a scomparire e adesso che

siamo a circa un’ora dalla meta cominciamo a scalpitare. Da parte mia comincio a preparare

la macchina fotografica subacquea attrezzata per l’occasione con un’ottica super-wide.

Il nostro accompagnatore, Santo Tirnetta, ci istruisce su ciò che faremo. Il primo tuffo verrà

effettuato sul banco Terribile, una risalita che giunge fin a 25 metri di profondità, dove spesso

è presente una forte corrente. Ci spiega come condurre l’immersione e che per motivi di

sicurezza sarà steso un cavo guida dall’ancora fino al punto di non ritorno, in modo che

anche in caso di forte corrente ognuno possa avere un riferimento visivo e ritornare

all’ancora del “Piga”. Ci descrive anche cosa vedremo e che sotto i 20 metri incontreremo

un taglio d’acqua molto fredda.  Tutti i partecipanti sono attrezzati anche per la deco in libera,

con pedagno personale ma data la distanza dalla costa e l’imprevedibilità delle correnti è

caldamente sconsigliata questa pratica se non per casi particolari o se le condizioni di

corrente dovessero mutare. Viene calata l’ancora sul sommo dei 25 metri e ci si assicura

che abbia “ferrato”. Contemporaneamente si cala in acqua la stazione decompressiva con

bombole di O2 e aria entrambe con octopus. Le attrezzature già assemblate vengono

indossate e dalla comoda e grande plancetta poppiera ci si cala in acqua due alla volta.

Mentre attendo che tutti siano in acqua guardo giù e non credo ai miei occhi….vedo il fondo

25 metri sotto di me!  Nello stesso tempo un branco di tonnetti è intento a pasteggiare con

le povere sardine appallate sotto di noi. L’acqua in superficie è 26°C e durante la discesa

ci faremo guidare dalla catena come linea guida. Giunti a 20 metri il taglio è netto e dai

26 gradi passiamo a 14°C…..una vera sberla! Fortunatamente la semistagna e il sotto muta

fanno il loro dovere. Sul fondo, purtroppo, la visibilità non è la stessa che in superficie e

l’acqua è leggermente opaca, ma la visibilità è sempre oltre i 25 metri. Appena giunti sul

fondo siamo attorniati da un branco di ricciole (Seriola dumerili) che fanno ben sperare.

Accanto a me vedo nuotare due pesci enormi che stento a riconoscere, poi con una più

accurata osservazione si rivelano essere dei Labrus merula (Tordo nero) solo che sono

malati di “gigantismo”: si tratta di due esemplari lunghi oltre 70 cm l’uno…..mai visto

nulla del genere! L’emozione è tanta e la corrente fortunatamente è pressoché assente e ciò

permette di condurre un’immersione tranquilla. Sul fondo vi sono tantissime fenditure ed

enormi massi sono concrezionati da ogni forma di vita bentonica che si possa incontrare.

Grande è la quantità di Spongia officinalis (Linnaeus, 1759) presente in esemplari

di generose dimensioni.

Ciò che più mi ha colpito è la Laminaria del Mediterraneo. La Laminaria è un’alga

dalle foglie nastriformi che possono raggiungere una lunghezza di alcuni metri.

Quest’alga cresce solo in presenza di forti correnti con continui cambi di direzione.

Durante l’osservazione di questo fondale trovo un pianoro sui 33 metri, dove fa

bella mostra di sé un “giardino” di Eunicella singularis.

Il tempo fissato a venti minuti passa velocemente e poco dopo mi trovo vicino alla catena

dell’ancora in attesa di completare la deco. Saliti a bordo, togliamo il pesante fardello e

cominciamo a riassemblare i gruppi con le nuove bombole per il secondo tuffo che

stavolta si svolgerà proprio sulla Ferdinandea. Ci attende un’altra ora di navigazione

che passa molto velocemente discutendo degli incontri fatti. Giungiamo sul cappello

della secca e stavolta il fondo è nitido, sembra di poterlo toccare. Ha dell’incredibile

guardarsi intorno e vedere nient’altro che mare e poi buttare uno sguardo giù e

vedere il grande monolite di lava a soli 8 metri sotto di noi. Siamo…..sopra l’isola che non c’è!

Il banco Graham, ciò che resta dell’isola Ferdinandea.

Siamo a quasi trenta miglia dalla costa, il mare si è leggermente increspato con

qualche ondina che infastidisce un po’ la vestizione e la discesa in acqua. Il comandante

centra il sommo con l’ancora, un’area di poco inferiore ai trenta mq, ma la pesante

imbarcazione e il moto ondoso leggermente aumentato fanno spedare il ferro.

Riproviamo ma alla fine decidiamo di dare fondo un po’ più in profondità, intorno ai 15 m,

così da avere a disposizione un’area di ancoraggio maggiore senza rischiare di perdere il punto.

Anche in questo caso una fastidiosa corrente superficiale ci fa penare per spostarci

verso prua e scendere seguendo la catena dell’ancora. Mentre galleggiamo, l’incredibile

trasparenza dell’acqua ci fa scorgere il sommo della Ferdinandea distante più di

cinquanta metri da noi. Man mano che mi avvicino al fondo mi rendo conto di cosa

tappezza la secca: una distesa pressoché infinita di Sargassum vulgare che fa

apparire tutto come un enorme campo di grano dorato pronto da mietere.

Il paesaggio è unico e mi dedico a riprendere il particolarissimo ambiente dove

quest’alga bruna prospera con rami di altezza superiore ai cinquanta cm.

In mezzo a questi sargassi vivono tantissime specie di animali e tra questi prolifera,

in concentrazioni uniche, una specie di nudibranco: l’Hypselodoris picta (Schultz, 1836)

intenti a nutrirsi e riprodursi. Si tratta di uno dei più grandi nudibranchi del

mediterraneo e assume le tonalità dell’ambiente dove vive. In questo caso è

dorato come l’ambiente che lo circonda.

 

Scavalchiamo il sommo e ci dirigiamo verso la caldera del vecchio vulcano.

Si tratta di una grande distesa di sabbia vulcanica che chiude la bocca eruttiva.

La sabbia ha una granulometria molto variabile, che va da uno o due millimetri

fino a qualche cm. Frammisti alla sabbia, vi sono centinaia di micro gasteropodi

di varie forme, dimensioni e colori….una vera manna per i malacologi.

 

Quando siamo su questo pianoro, ci sentiamo come se fossimo gli “attori” in

un’arena dalle pareti multicolori.

Enormi fenditure, lungo queste pareti, ci ricordano con quale violenza il

vulcano si manifestò. Le pareti sono tempestate di animali bentonici dai colori unici.

Si alternano spugne di ogni forma e colore, splendide anemoni gioiello dal colore

mai visto prima tappezzano le pareti più in ombra e le numerosissime

Anemonia sulcata con i loro tentacoli, dalle punte fucsia, protesi alla corrente

(leggerissima in quel momento) attendono una malcapitata preda.

 Ogni angolo nasconde una notevole varietà di vita ed io resto molto tempo a

fotografare il benthos e in particolare le formazioni geologiche rimaste.

Il gruppo si sparpaglia vista la totale assenza di corrente e così si può perlustrare meglio

l’area molto estesa. Chi riporta l’incontro con dei dotti o cernia dorata (Epinephelus costae),

chi con le ricciole, ecc.ecc. Insomma è un tripudio di vita senza dimenticare le

onnipresenti castagnole (Chromis chromis), le mennole (Spicara maena) e le

boghe (Boops boops) in concentrazioni tali da impedire talvolta di scorgerci l’un l’altro.

La stanchezza si fa sentire e anche il freddo per via del taglio a 20 metri, per cui

cominciamo la strada del ritorno e ci si ritrova tutti sul cappello per cominciare la deco.

Dal largo vedo delle ombre familiari e mi rendo conto subito che si tratta di barracuda

(Spyraena sp.) di buona taglia (circa 70 cm). Sono fermi a mezz’acqua e ci osservano.

Poi, pian piano, si fanno più curiosi e finalmente sono a portata di flash.

 

E’ un’emozione stare accanto a loro e per niente impauriti mi girano intorno

senza purtroppo formare le loro famose evoluzioni circolari. Dopo alcuni minuti,

alla stessa quota e da un’altra direzione, fa la sua comparsa un branco di tanute

(Spondilosoma cantharus) di taglia che non sono affabili come i barracuda e si

tengono a distanza. Passano altri due minuti e da un’altra direzione compare un

branco di splendide ricciole (Seriola dumerili) che per niente intimorite si avvicinano

tranquille. Le foto si susseguono a ripetizione.

.

.

Dopo questo carosello gli occhi mi cadono qualche metro più in basso, dove noto

una macchia chiara. Scarico il correttore d’assetto, scendo e mi accorgo che si

tratta di una lapide di marmo, spezzata in più parti forse dai marosi, posta dai

sommozzatori della sezione subacquea della Lega Navale di Sciacca. L’iniziativa

per la posa di questa lapide è stata per opera di Beatrice di Borbone, discendente

della famosa famiglia reale dei Borbone.

La lapide recita:

“Questo lembo di terra, una volta Isola Ferdinandea, era e sarà

sempre del popolo siciliano. Beatrice di Borbone delle Due Sicilie.

I sommozzatori della Lega Navale Italiana di Sciacca posero”.

.


 

 

Non vi nascondo che l’emozione a quel punto ha preso il sopravvento ed ha scolpito

per sempre quest’esperienza, come i caratteri scolpiti sulla lapide, nei miei ricordi più belli.

Non sarei voluto più tornare su per continuare a godere di questo spettacolo

meraviglioso che è il nostro Mediterraneo, purtroppo gli altri sono già su e

stanno aspettando me e Santo Tirnetta che, nonostante le decine d’immersioni

su questo sito, pare non abbia intenzione di risalire. I nostri sguardi s’incrociano e

un’occhiata al timer ci dice che abbiamo approfittato troppo della pazienza degli

altri partecipanti all’immersione e dopo quasi novanta minuti rimettiamo piede

sul “Piga”. Non abbiamo tempo di spogliarci che il bravissimo Nicola (equipaggio del Piga)

ci rifila un piatto di pennette al pesto e gamberetti…… sublime….sono le 17:00 e non

abbiamo toccato cibo dalle 6:00 del mattino. Il comandante ferve (e non lo biasimo)

perché il moto ondoso è aumentato e non vede l’ora di rimettere la prua verso Sciacca.

Non temporeggiamo oltre e l’ancora è salpata velocemente mentre già il possente motore

spinge il Piga verso la costa. Lentamente rimettiamo un po’ d’ordine ma la stanchezza

la fa da padrone. Si parla solo per un quarto d’ora poi tutti si ammutoliscono: chi va

a riposare sulla tuga facendosi cullare dal leggero rollio dell’imbarcazione, chi si

addormenta seduto e chi a terra. Nonostante la stanchezza non riesco a stare seduto e

mi metto a parlare con il comandante il quale non si fa pregare e racconta orgoglioso

le numerose avventure sulla Ferdinandea. Il tempo passa lentamente e anche la luce

comincia ad affievolirsi: il sole compie il suo ultimo percorso. Per concludere: il sole,

basso sull’orizzonte, ci regala un tramonto spettacolare con toni pastello che vanno

dal rosa al fucsia passando attraverso tutte le tonalità dell’arancio.

 

 

Appena il sole scompare le tenebre cominciano a farsi sempre più palpabili e

l’illuminazione di Sciacca davanti a noi diviene sempre più nitida. Il comandante

cambia la scala del radar e finalmente appare la costa nel monitor. La navigazione

a quel punto è strumentale perché il mare è nero come la pece. La perizia del

comandante si vede benissimo e conduce il “Piga” in porto con dolcezza, fino a

ormeggiarlo in banchina dove già qualcuno ci aspetta: Anna Macaluso, che a

causa di un impegno non è potuta venire con noi.  Quasi al buio se non con

l’illuminazione del Piga sbarchiamo velocemente tutte le attrezzature e dopo

i saluti di rito e l’augurio di rivederci presto per bissare riprendiamo la strada

di casa distante, per noi, oltre 250 km.

Note personali:

Ringrazio immensamente: Santo Tirnetta e Anna Macaluso dell’A.S.D. Sciacca Full Immersion

che mi hanno accolto calorosamente ed hanno messo a disposizione le loro attrezzature

in misura più che abbondante per tutti i partecipanti; il “Piga Yacthing” con il suo comandante,

Vincenzo e il suo equipaggio, Nicola, che hanno dimostrato una grande pazienza nei nostri

confronti e ci hanno accolto come se fossimo amici di vecchia data; i miei compagni d’avventura che hanno condiviso questa

splendida esperienza e infine ringrazio “Nettuno” che ci ha regalato la possibilità di visitare un luogo

più unico che raro.

 

Testo e foto di: Alessandro Pagano-Tutti i diritti sono riservati/All rights reserved.